Perfil de StefanoL'ennesimo, inutile, ins...FotosBlogListasMás ![]() | Ayuda |
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14 abril Questa piccola cosa che è la vitaOra tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi fare. Loro sono 88. Tu sei infinito. Questo a me piace. Questo lo si può vivere. Ma se tu / Ma se io salgo su questa scaletta, e davanti a me / Ma se io salgo su questa scaletta e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi / Milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai e questa è la vera verità, che non finiscono mai e quella tastiera è infinita / Se quella tastiera è infinita, allora / Su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. ti sei seduto su un seggiolino sbagliato:quello è il pianoforte su cui suona Dio / Cristo, ma le vedevi le strade? / Anche solo le strade, ce n'era a migliaia, come fate voi laggiù a sceglierne una / A scegliere una donna / Una casa, una terra che sia la vostra, un paesaggio da guardare, un modo di morire / Tutto quel mondo / Quel mondo addosso che nemmeno sai dove finisce / E quanto ce n'e' / Non avete mai paura, voi, di finire in mille pezzi solo a pensarla, quell'enormità, solo a pensarla? A viverla.../ 03 marzo And watch the millenarians"La festa di mille anni, tacchi, musica e ciao mondo.
Conta la leggerezza, altrochè se conta, perchè alla vigilia della fine le strade sono due, implodere od esplodere. E' una questione di scelta.
Va bene tirare il sipario, ma dietro le cortine di velluto rosso e denso la luce non si spegne. Il pubblico se ne va, mica i teatranti. Loro rimangono lì a banchettare ebbri di successo.
Inesplicabilmente, con il buon senso a pararci gli occhi e la vita che ci ammicca da uno yacht con tanto di cocktail in mano, è il tormento che ci assale, succubi anche noi dell'eterna dicotomia contradditoria tra desiderio e ragione.
Per un attimo la coscienza ci impacchetta sbarrandoci la via. Ma è un attimo, un attimo solo che vacilla di fronte ad ogni singolo neurone elettrizzato dalla giovinezza.
Ho vent'anni e dopo un millennio di festa ininterrotta morirò finalmente sotto il fuoco dei riflettori, in una coppa di champagne." 04 febrero "Solo una parola: plastica"Dove si va con un costume da palombaro, non lo so. Ma è così che ci si ritrova, imbottigliati in una piscina due metri per tre, gente sopra a guardare. Era nell'aria da anni, inevitabile che si arrivasse a questi punti morti con la pelle troppo stretta e un futuro che non sembra, poi, tanto più largo. Fosse solo quello. Invece no, da dentro la casetta si vede, là fuori, come un lupo il nichilismo ad aspettare il primo spiffero di vento che butti giù la porta, noi dietro armati con una misera fionda. "Solo una parola: plastica". Avvenire sicuro, di successo. Solo un idiota rinuncerebbe. Dove li mettiamo allora il rischio, i "fai quello che ti piace veramente", i "che ti frega del dopo?". Fanculo Leibniz. Aspettiamo allora, vigili, sperando che venga presto l'alba a rischiararci la vista e a farci scorgere il lupo nascosto nel buio. 24 enero Urban Hymns"C'è chi dice che le città, con le loro luci, di notte cancellano le stelle in cielo.
Nulla di più stupido.
Le portano semplicemente in terra" 14 enero Happy days
Ormai credo di averlo postato ovunque. Ma il MEP è sempre il MEP. State pronti per le sessioni 2008! (P.S. l'ho fatto io) 09 enero Intermezzi
“La Città dei mille bagliori”. Così la chiamano. Di sera, al calare del sole, le luci delle strade si accendono simultaneamente e gli abitanti del minuscolo paese vicino si radunano sulla collina a nord, come per assistere ad uno spettacolo di fuochi d’artificio. Sai cosa dicono, qui, i cittadini? “Dio, o chiunque stia lassù, è un orafo: solo un orafo riuscirebbe ad incastrare tanti diamanti in questa valle racchiusa tra il monte e il mare”. Poeti, qui, i cittadini. [...] Da ogni parte del Paese giungono stranieri in cerca d'avventura e turisti malvestiti. E tutti, tutti, avvicinandosi algi ingressi della città, rallentano le loro macchine arancio viola e bluinnanzi ai pannelli luminosi di confine che, fuggitivi, lampeggiano la stessa scritta da quando sono stati piantati lì: "Avete mai visto la luce?" 08 enero Una seconda conclusioneE' necessario almeno una volta nella vita macchiarsi di caffè. Specialmente facendo tutto da soli.
31 diciembre Vendo almanacchi
Amico: Ho letto il vostro articolo. Ottimista come al vostro solito. Si vede che questa scuola vi fa sperare in bene, nonostante le cose sembrino andar a catafascio. Ste: Che v’ho a dire? Io aveva fitta in capo questa pazzia, che la scuola italiana avesse prospettive. Amico: Prospettive si, forse, eppure alla fine… Ste: No, no anzi, è allo sbando. Ora ho cambiata opinione. Ma quando scrissi cotesto articolo, io avevo quella pazzia in capo, come vi dico. E n’ero tanto persuaso, che quando mi resi conto dell’errore rimasi come di sasso, e per più giorni credetti di trovarmi in un altro mondo. Poi risi e mi dissi: chi vuole vivere e studiare in una scuola e in una società conviene che la creda la migliore delle scuole e delle società. Perché in sostanza il genere umano crede sempre, non il vero, ma quello che è, o pare che sia più a proposito suo. A lungo fui vittima di tale illusione, ma finalmente vedo chiaro e le cose m’appaiono finalmente in luce nera, del colore che realmente sono. Io diceva tutto ciò fra me, quasi come se quella filosofia speranzosa fosse d’invenzione mia. Ma poi, ripensando, mi ricordai di quanti altri avevano riempito pagine col mio stesso pensiero, iniziai di nuovo a meravigliarmi, finché, studiando profondamente questa materia, conobbi che la fiducia in questa realtà era uno degli errori inveterati del mio intelletto. Allora m’acquetai, e confesso ch’io aveva il torto a credere a quello ch’io credeva. Amico: E avete cambiata opinione? Ste: Certamente. Volete ch’io contrasti l’opinione dei media del secolo ventesimoprimo? Amico: E credete voi tutto quello che vi dicono coloro che reputano le nuove generazioni una massa di cerebrolesi teledipendenti schiavi del sistema? Ste: Certamente. Oh che maraviglia? Amico: Credete dunque all’imperfettibilità indefinita dei giovani e dell’istruzione? E credete che tutto vada ogni giorno peggiorando? Ste: Si, certo, senza dubbio. E’ ben vero che qualche volta penso che le possibilità che vengono offerte oggi sono incomparabilmente superiori al passato. Abbiamo sofisticatissimi mezzi frutto d’alto ingegno che agevolano l’apprendimento e forniscono tutta la conoscenza ricercabile; abbiamo ancora spiriti fiduciosi che non hanno paura del mondo. Mai come in questo secolo ventesimoprimo le libertà sono state tanto grandi. L’effetto è che a paragone degli antichi noi siamo giganti, e che gli antichi a confronto nostro si può dire che mai seppero. Ad ogni modo io non mi lascio muovere da tali piccole obbiezioni, credo costantemente che la scuola vada sempre peggiorando. Amico: Insomma, per ridurre tutto in due parole, pensate voi circa la natura e i destini dei giovani e delle cose (poiché ora non parliamo di letteratura né di politica) quello che pensano i giornali? Ste: Appunto. Credo e abbraccio la profonda filosofia dei giornali, i quali sono maestri e luce di verità sul mondo intero. Se loro dicono che le cose vanno male, io gli credo ciecamente e non voglio curarmi di alcun controesempio. Amico: Non vi par ciò un’occlusione della riflessione e un’autoimposta giustificazione al degrado? Ste: Non è colpa mia se il mondo gira così. Bisogna accettarlo come viene. Oppure chiedere che qualcuno prenda provvedimenti. Non sta certo a me muovermi. O no?
Buon anno gente... 28 diciembre Bei tempi...
"Oltre alle dimensioni che l'uomo già conosce ne esiste una quinta. una dimansione senza limiti come lo spazio e una senza tempo come l'infinito. E' la regione intermedia tra la luce e l'oscurità, tra la scienza e la superstizione, tra l'oscuro baratro dell'ignoto e le vette luminose del sapere è la dimensione, una regione che potrebbe trovarsi ai confini della realtà." 21 diciembre Se una notte d'inverno... Se ne stava lì, abbandonato sulla poltrona rossa del suo ufficio con le
braccia immobili, una bottiglia di bourbon nella mano sinistra, il telecomando
in quella destra. La giacca sbottonata lasciava intravedere una canottiera
bianca costellata di aloni grigiastri. Nonostante fuori la neve cadesse con
abbondanza, all’interno della minuscola stanzina faceva un caldo soffocante. La
puzza di chiuso era la prima cosa che si percepiva entrando. Mi avvicinai a lui
con cautela per paura di svegliarlo, credendolo in un primo momento
addormentato. Un borbottio sommesso, che feci fatica a comprendere, mi fece
capire che era perfettamente sveglio: “Bella roba. Pure i pinguini non sanno
più cosa fare”. Alla TV, di fonte alla poltrona, stavano trasmettendo un
documentario sullo scioglimento dei ghiacciai. I suoi occhi erano persi nel
vuoto, molto oltre lo schermo, e sembrava che quell’improvvisa sentenza sui
pinguini non avesse alcuna relazione con il documentario. Come ci stesse riflettendo
autonomamente. “Ma che ti prende?” iniziai a domandargli senza tante perifrasi
“cos’è questa storia del ritiro dall’attività? E che diavolo significa quella
bottiglia? Cos’è, sei diventato alcolizzato tutto d’un tratto? Reggi a fatica
anche la Coca cola. Da’ qua.” Cercai di strappargli la bottiglia di mano
approfittando del suo stato di stordimento, ma fu più veloce di me e la strinse
a se gridando con gli occhi chiusi: “No! Lasciami in pace! Lasciatemi tutti in
pace!”. Mi accorsi di quanto aveva bevuto realmente dal fetore dell’alito. Il
suo sguardo era nuovamente fisso, e il respiro affannoso. Dopo qualche minuto
di silenzio cominciò a tranquillizzarsi. Poi, con un sospiro, uscì dalla sua
catalessi e tentò di rassettarsi. Si abbottonò la giacca e si sistemò i
pantaloni e gli stivali da seduto. Pareva un bambino troppo cresciuto. Fece per
alzarsi in piedi, ma ricadde stremato sullo schienale sospirando di nuovo. “Non
ce la faccio più. Non ci capisco niente. Un tempo non era così. Facevo tutto
con un’energia pazzesca senza stancarmi mai. Anzi, volevo andare oltre, dare di
più. La gente credeva in me. Avevo il sostegno di tutti. Adesso…”. Si
interruppe sconsolato guardando fuori dalla finestra. Non si vedeva più nulla,
soltanto il riverbero rosa del cielo notturno sfumato di neve. “Neanche in un
film”, pensai mentre cercavo qualcosa di efficace e non banale da dire. “Com’è
che ad Hollywood le battute vengono così bene?”. Imbarazzato da un nuovo
silenzio, presi la seggiola che si trovava a fianco della sua scrivania, la
trascinai fino alla sua poltrona e mi sedetti vicino a lui. “Ma vuoi veramente
lasciare che quelli là fuori ti mettano i piedi in testa? Ma dico, tu sei
unico. Vali tutti loro messi assieme!”, fu tutto quello che riuscii a dire. Non
era molto originale, ammisi tra me e me, ma in un qualche modo fece effetto
perché lo sguardo spento sparì, e i suoi occhi riacquistarono vitalità.
“Senti”, continuai, “io non so per quale motivo tu abbia deciso di mettere la
divisa al chiodo, ma è la cosa più stupida che tu possa fare. La forza ce
l’hai. L’hai sempre avuta, e non tirare in ballo l’età. Tutto quello che senti
sul consumismo che dilaga, sulla morte dei valori e dell’innocenza, sulla crisi
delle tradizioni è vero fino ad un certo punto. Non è così per tutti, credimi,
e se smetti di andare avanti tradirai quelle persone che ancora ci sperano.
Sarà in parte anche colpa tua, ricordatelo. Il mondo non è più quella bella
favolina di una volta. E allora? Vuoi arrenderti proprio ora? Non essere
idiota”. Parlai tutto d’un fiato, di getto, come mi veniva, e lui stette ad
ascoltarmi, lucido e taciturno. Attese per un attimo e si alzò in piedi. Frugò
sotto il cuscino della poltrona ed estrasse un berretto rosso che si sistemò in
testa. Lisciò la barba bianca tutta arruffata e guardandomi pensieroso, ma
sollevato, disse: “Forse hai ragione. In fondo ne vale ancora la pena. Da
domani si torna a lavorare. Manca poco al grande giorno”. Accennò quasi un
sorriso, credo. Mi avvicinai e come un imbecille gli diedi una pacca sulle
spalle. Non è facile fare coraggio a Babbo Natale. Un altro blog...Perchè un blog msn non lo so. Io odio i blog msn. Sono stupidi, e hanno templates oscene. Perchè un blog msn, non lo so... |
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